Il segno di Caino
2020
Autore:
Martyna Dębowska
Lo spettacolo sta per cominciare.
Togliamo le tende nere dalle finestre, lasciamo entrare la luce.
È un momento privato per ognuno.
Meditazione, conversazione, preghiera, massaggio e riscaldamento con l’Altro.
Davanti a me, due uomini muscolosi con una tenerezza infantile.
Siedono uno accanto all’altro, uno tocca l’Altro, il teatro diventa un velo,
la possibilità di studiare il corpo dell’Altro senza bisogno di parlare.
So esattamente che cosa sto guardando.
Le loro gambe distese dietro le sbarre, fin dove la fisicità lo consente.
I loro volti nella luce del sole, gioiosi.
Era come l’immagine di due amanti lungo il fiume,
proprio come la libertà che riposa tra le braccia dell’Altro.
Testimoni privati delle forme moderne di immortalazione, di racconto.
Abbiamo solo ciò che è necessario per ricordare per sempre.
Cerco di catturarlo dentro di me, testimonio per quei due
che rischiano tutto.
Un giorno, Uno di loro non viene alla pratica. Si sottopone a un’altra prova,
lo salvano, perché è la cosa giusta da fare.
Chiede di consegnare una lettera all’Esterno.
Questo sono allora: il ruolo di messaggera
porta con sé una grande responsabilità.
Bisogna arrivare in tempo. Arrivare all’Adesso.
Sento:
le espressioni silenziose e più sincere della gratitudine umana.
Alcune scuse a nome di coloro per cui sono stata scambiata.
Coloro per cui
mi sono scambiata io stessa.
Se ti dico questo, questa scusa perduta
aiuterà qualcuno ad affrontare ciò che ho fatto?
Non lo so,
so soltanto che l’uomo non giunge mai a una fine,
che gli esseri umani crescono nella grandezza e nella più grande umiliazione di sé.
In ciascuno di questi modi continuano a crescere.
Non vorrei. Non potrei cominciare in nessun altro modo se non dall’immagine più sfocata che ho conservato. L’immagine che, in sé, rappresenta un processo senza fine, un incontro, un tendere verso – l’Altro. Se oggi il teatro può davvero esistere, allora non può più rimanere soltanto una forma d’arte, ma deve diventare una vera piattaforma di apprendimento. Un terreno d’incontro. Uno spazio di comprensione profonda dell’Altro o un tentativo coraggioso di oltrepassare ciò che è “socialmente strutturato”. Questo, almeno, definisce il “teatro in divenire”, o meglio il teatro nel suo processo di “diventare” all’interno delle massicce mura del carcere. Il lavoro del team Jubilo comincia precisamente in questo spazio. Nello spazio tra “io” e “tu”, perché solo “tra questi due lati è possibile trovare l’umanità” [1]. O il senso che l’uomo:
“non è ancora una creazione compiuta, ma piuttosto una sfida dello spirito; una possibilità lontana, tanto temuta quanto desiderata; e il cammino verso di essa è stato percorso solo per un tratto brevissimo, con terribili agonie ed estasi”. [2]
Allo stesso modo, ho conservato quell’immagine da qualche parte “nel mezzo”. Là dove il pubblico, con il suo ruolo attivo a cui il teatro alternativo ci ha ormai abituati, deve ridefinire ciò che vive e a cui partecipa. Non serve più soltanto da testimone, ma assume un ruolo cento volte più responsabile: quello di messaggero che deve trasmettere ciò che ha ricevuto da questo profondo processo degli uomini che hanno lavorato con Jubilo – “all’esterno” o, piuttosto, dirigerlo “verso l’esterno”. Scelgo deliberatamente di non nominare né etichettare il processo a cui mi riferisco. Non provo a ridurlo a un workshop, a un’attività parateatrale o performativa. Questo è il ruolo della scienza. L’arte dovrebbe invece concentrarsi sull’esperienza dell’incontro con il Diverso, sul processo di apertura e confronto con l’Altro. Non per produrre altri concetti o definizioni, ma per tentare di comprendere meglio se stessi, di svilupparsi meglio. Eppure, per sottolineare l’essenza di questo processo, direi semplicemente che è stato un processo profondo del diventare umani. Dell’incontro con ciò che spesso è stigmatizzato e segnato dentro di sé. Uno spazio dentro di te in cui “scopri il lato disumano della tua umanità e nulla è più come prima. Questo cambiamento è un marchio impresso su tutta la tua vita”. [3] La missione a cui mi sono impegnata comporta un’altra necessità di grande importanza. È la necessità di una certa trasgressione, dell’attraversamento di barriere esistenti, di un confine che esiste fin dall’inizio e dal quale, di fatto, comincia la storia del diventare umani. Il confine di cui si parla qui è un segno. E così questa storia comincia con:
“il segno. C’era un uomo che aveva qualcosa nel volto che spaventava gli altri. Non osavano mettergli le mani addosso (…). È molto più probabile che desse alla gente un’impressione vagamente sinistra, forse un po’ più di intelligenza e audacia nello sguardo di quanto fossero abituati a vedere. Quest’uomo era potente: ci si avvicinava a lui solo con timore reverenziale. Aveva un ‘segno’. Lo si poteva spiegare come si voleva”. [4]
Cain, spettacolo presentato più volte dentro e fuori le mura del carcere, ha suscitato una riflessione sul segno appena evocato, sulla stigmatizzazione dell’Altro, ma anche, più in generale, sulla condizione umana. Ha introdotto una certa riconfigurazione, uno spostamento di ruoli, in cui il “segnato” diventa colui che segna, e colui che di solito emette la sentenza si trasforma nell’accusato. Tuttavia, questo spostamento non ha riguardato soltanto attore e spettatore; è avvenuto dentro l’attore e dentro i membri del pubblico, toccandoli in modo estremamente profondo. Ha avuto luogo anche nello spazio tra loro e, infine, da qualche parte lungo la strada del diventare, dell’essere “umani”. Questo segno rappresenta davvero un punto di partenza, che segna l’inizio dell’incontro più importante: l’incontro con l’Altro. Non si tratta più soltanto di abbandonare pregiudizi, stereotipi o schemi mentali. Né soltanto di superare la paura e l’ansia che proviamo quando ci confrontiamo con qualcosa di sconosciuto, impresso nelle nostre percezioni, nelle idee “pure” e nelle forme artificiali. Si tratta piuttosto di qualcosa che:
“ti permette di andare più in profondità, di aprirti di più, per quanto sia maledettamente difficile; che ti permette di raggiungere le tue corde più sensibili e di farlo davanti agli altri. Diventare più forte – e, soprattutto, rafforzare gli altri – esponendo la tua fragilità e debolezza. Aprirti a ciò che sei (…). Sentire la vergogna bruciare dall’interno, ma sopportarla, perché questa è una guerra personale: che vedano in me ciò che cercano e non riescono a trovare negli altri. Che vedano che non c’è il romanticismo del ribelle letterario, né il brivido emotivo dei film di gangster, né l’avventura maschile per duri raccontata impassibilmente davanti alla vodka. Che vedano il fondo dell’esistenza umana, questo corpo instabile e tremante che, per quanto forte e temprato, non sopporta di vedere a chi appartiene. Sono sconfitto dalla verità su me stesso”. [5]
La funzione più importante del messaggero è dire al mondo esterno: “Sono sconfitto dalla verità su me stesso”. Forse la battaglia più difficile sulla strada del diventare umani è esprimerlo e accettarlo dentro di sé. Questa è anche tutta la verità sul teatro. È il modo di esporla e annientarla. Dopotutto, nel processo avviato dal team Jubilo non c’è spazio per una rappresentazione figurativa o per lo spettacolo. Non c’è spazio per nessuna forma di teatro, nemmeno nella sua forma “povera”. L’unico processo rimasto è quello della riduzione, o forse piuttosto della decostruzione, in cui tutto deve essere messo in discussione, compresa la presenza non tanto dell’attore stesso, quanto dell’“uomo”. Coloro che sono entrati nello spazio del carcere, che hanno avuto il coraggio di volgersi verso l’Altro e guardarlo negli occhi, da quel momento hanno ricevuto il segno di Caino. Un segno della propria personalità. E non bisogna temere di affermare che il teatro di cui discutiamo così spesso, sul quale continuiamo a scrivere grossi volumi, il teatro che rafforza l’ordine esistente delle cose invece di cambiarlo, meriterebbe di essere bruciato. Un teatro simile dovrebbe essere isolato dalla società, bandito dallo spazio pubblico, marginalizzato e condannato. Merita disprezzo, perché il suo atteggiamento conformista non è diverso da un consenso esplicito alla violenza e all’esclusione dell’Altro. In questo senso, il processo avviato da Jubilo non ha praticamente nulla in comune con il teatro. È piuttosto un intervento consapevole nella materia sociale, un incitamento e uno sfondamento del muro, anche se dovesse essere smontato mattone dopo mattone. È un processo continuo, infinito, che può essere colto soltanto nell’attimo fugace dell’incontro con l’Altro, nel momento della disintegrazione totale, ma anche di una nuova nascita – e questo vale anche per la rinascita del teatro alla luce delle parole: sono sconfitto dalla verità su me stesso. È uno stato in cui “l’ombra del passato non lascia passare la luce del domani, e il presente arriva di notte con la promessa di una ripetizione senza fine”. [6]
Lo spettacolo è appena finito.
Togliamo le tende nere dalle finestre, lasciamo entrare la luce.
È un momento privato per ognuno.
È stato semplicemente come
movimento e agitazione, che
ora vivono
dentro ciascuno di noi.
Messaggeri arricchiti dall’esperienza
di regioni dolorose.
I più umani tra gli umani,
nel processo di crescita continua
si mettono in cammino
su un percorso tortuoso
di frantumante disintegrazione.
Sento:
sono sconfitto dalla verità su me stesso.
È uno stato in cui l’ombra del passato
non lascia passare la luce del domani
e il presente arriva di notte
con la promessa di una ripetizione
senza fine.
Se parlo all’Esterno, ciò che è stato riconosciuto
diventerà compiuto?
Non lo so,
so soltanto che l’uomo non giunge mai a una fine,
che l’uomo diventa
nella grandezza e nella più grande umiliazione di sé.
In ciascuno di questi modi continua a crescere.
Traduzione: Alicja Grabarczyk
Note:
[1] Citazione da una lettera anonima scritta da uno degli attori partecipanti al progetto Unlocking.
[2] H. Hesse, Steppenwolf, trad. B. Creighton, New York 1955, p. 62.
[3] Citazione da una lettera anonima scritta da uno degli attori partecipanti al progetto Unlocking.
[4] H. Hesse, Demian, trad. M. Roloff, M. Lebeck, New York 1999, pp. 36-37.
[5] Citazione da una lettera anonima scritta da uno degli attori partecipanti al progetto Unlocking.
[6] Ibid.